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Tuning Italy. Veltroni’s double elections defeat. | Tuning Italy. Veltroni’s double elections defeat. |
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by Webeehive.com
More than the national elections that have seen PDL
Berlusconi’s coalition winning, it is the election of the Mayor of Rome – with
a clear cut double turn majority ballot – that is tuning Italian politics. Following
the third time election of Berlusconi since 1994, the election of the Mayor of
Rome - Gianni Alemanno (1958), a talented modern fascist
– marks the burial
ceremony of the “catho-communism” invented in 1971 by Enrico Berlinguer (PCI)
and Aldo Moro (DC). It is the final turning point for the incestuous experience
of the populist left and the populist catho-right.
Under the papal doctrine of John Paul II, since 1989 the
Italian left run by Occhetto-Veltroni-D’Alema and the catholic progressives (De
Mita-Prodi-Rutelli) perpetuated for almost two decades the idea that Italy could
survive itself and the global events. The populist politics of the center-left
has been systematically sanctioned by the electorate. The left claiming to
bring the idea of progress needs to be coherent and intrinsically meaningful
for the widest population, instead the right can also allow itself selective
and elitist attitudes. As Eduardo Galeano once said: “the really burning fire
is coming from the bottom”!
Rome
was governed since 1870 to 1946 by either conservative catho-aristocrats or
fascist Mayors. Between 1946 and 1976 Rome
was governed by an intense and uninterrupted Christian Democrat (DC)
leadership. It was only in 1976 that, following the catho-communist deal, the
Italian Communist Party won the elections with Giulio Carlo Argan (independent
of PCI) and with Petroselli (PCI) and Vetere (PCI) governed the capital town
till 1985. Between 1985 and 1993 the town of Rome was governed in tune with the national
“five party-system” (DC-PSI-PLI-PRI-PSDI) under an alternative leadership of
Christian Democrats and Socialist Mayors. On the ashes of the Italian national
political system, since 1993 through 2008 the town of Rome has been governed by the tandem Walter Veltroni (PDS,
former PCI) and Francesco Rutelli (former Radical Party, then centrist catholic
party – Margherita). In April 2008 the modern-fascist
Gianni Alemanno consistently
won as Mayor of Rome.
Rome is
the eternal and holy town of Italy.
The meaning of this election is important for the future of Italy. At
national level the electoral law provides for certain uncommon rules that make
very difficult to discern the electorate will. Instead at local level, the electoral
law is a very simple double turn majority vote system. As a consequence it
would be rational that prospect leaders like Veltroni and Rutelli - both key
leaders of the Democratic Party (PD) - would present their resignation from any
political appointment. If on the one hands Romano Prodi has voiced his
self-retirement from (Italian) politics, on the other hands it would also be
wise that Massimo D’Alema follows the same path. It is high time that new and
independent center-left leaders be allowed to emerge!
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More than the national elections that have seen PDL
Berlusconi’s coalition winning, it is the election of the Mayor of Rome – with
a clear cut double turn majority ballot – that is tuning Italian politics. Following
the third time election of Berlusconi since 1994, the election of the Mayor of
Rome - Gianni Alemanno (1958), a
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http://www.corriere.it/editori...abc.shtml
La vittoria di Alemanno
Non solo Roma
Il significato storico della vittoria di un esponente della destra ex missina nella capitale d’Italia non va sottovalutato. Gianni Alemanno sindaco di Roma rappresenta uno spartiacque che legittima pienamente l’arco costituzionale della Seconda Repubblica: postfascista, più che antifascista; almeno non nel senso un po’ ossificato e molto strumentale nel quale una parte della sinistra ha continuato a rappresentare e svilire un valore fondante come l’antifascismo. Ma proprio per questo, accreditare una continuità fra il Gianfranco Fini avversario perdente di Francesco Rutelli nel 1993, e l’Alemanno vincente di ieri, può risultare fuorviante. Si tratta di una continuità indubbia e insieme parziale.
Alemanno non ha vinto solo in quanto uomo con un marcato profilo di destra, ma come candidato di una coalizione capace di parlare insieme alle periferie capitoline ed al ceto medio; e di riscuotere consensi al Nord come al Centro e al Sud. In questo senso, riequilibra l’impronta «nordista» e leghista del voto politico. Forse, a spiegare meglio la conquista del Campidoglio da parte del Pdl è il fatto che il centrosinistra abbia presentato lo stesso volto del 1993: un ex sindaco che pure in passato aveva fatto bene. Ma che evidentemente appariva «vecchio », espressione di un modello amministrativo datato. Per questo è stato ritenuto incapace di captare i cambiamenti avvenuti non solo nel Paese ma nella stessa capitale, governata ininterrottamente prima da lui e poi da Walter Veltroni.
Il Pd sperava di arginare la marea berlusconiana del 13 e 14 aprile proprio nel ballottaggio a Roma. L’onda, invece, è diventata ancora più potente e distruttiva. La voglia di ordine, sicurezza e cambiamento da parte dell’elettorato ha spazzato via l’equilibrio impossibile di una capitale in bilico fra magìe cinematografiche e periferie abbandonate a se stesse. Si può anche ammettere che sul voto ad Alemanno abbiano pesato la paura e l’indignazione per i recenti stupri di donne. Ma questa è un’aggravante, non un’attenuante per l’amministrazione uscente. La verità è che il Pd e la sinistra in generale non sono riusciti ad opporre alla candidatura del nuovo sindaco nulla che non fosse già sentito e, alla fine, stantìo: le foto in bianco e nero di Alemanno «picchiatore» negli anni Settanta; l’indignazione per l’incontro fra Silvio Berlusconi ed il senatore del Pdl Giuseppe Ciarrapico, «fascista non pentito », proprio il 25 aprile; l’evocazione dello spettro leghista e antiromano. E via di questo passo. Il risultato paradossale è stato quello di dilatare la sensazione del vuoto strategico del centrosinistra; di mostrare in bianco e nero non il Pdl ed il suo «uomo senza qualità», ma un Pd che invece pretendeva di presentarsi nuovo di zecca, ed invincibile nella sua roccaforte capitolina.
A questo punto, il problema non è più soltanto l’eredità governativa di Romano Prodi. Di fatto, il risultato del ballottaggio per il Campidoglio lesiona la leadership veltroniana e di tutto il «gruppo romano» che ha costruito il Pd e la sua strategia solitaria. Ma soprattutto, lascia indovinare una crepa in quel «partito dei municipi » che ha sempre rappresentato il cuore duro del potere del centrosinistra in Italia; e che sembrava al riparo da qualunque sconvolgimento nazionale. È come se di colpo il gruppo dirigente si svegliasse da un lungo sonno. E scoprisse che la realtà, dispettosamente, non ha assecondato le loro convinzioni. Si tratta di una sorta di «sindrome di Ecce bombo» collettiva: la stessa di quei ragazzi di sinistra immortalati nel 1978 dal regista Nanni Moretti nel film omonimo. Raccontava la storia di un gruppo di amici che erano andati a dormire sulla spiaggia aspettando l’alba; e che alla fine si accorgevano che il sole era spuntato non dove credevano, ma alle loro spalle: una metafora degli abbagli culturali, prima che politici, della sinistra. L’immagine di un Pd convinto di tenere Roma, il quale assiste invece al trionfo di Alemanno ed ai caroselli selvaggiamente gioiosi dei tassisti, fa impressione più che se fosse diventato sindaco Umberto Bossi. In fondo, il leader dei lumbard poteva essere considerato un invasore. Alemanno, invece, incarna la rivolta delle viscere della capitale contro chi l’ha governata negli ultimi anni: e neppure così male. È un monito per gli sconfitti, e per i vincitori.
Massimo Franco